Meditazione dall’Oriente all’Occidente

Nelle tradizioni asiatiche dall’induismo, al giainismo, al buddhismo la meditazione è una pratica quotidiana e radicata, che permette di raggiungere, attraverso un articolato cammino spirituale, fatto di sforzo e pratiche spirituali ben precise, di raggiungere uno stato detto Samadhi o Nirvana, in cui, liberi da tutte le sofferenze, si raggiunge uno stato di estasi completo.

Sri Chinmoy nel librio “L’apice della vita divina: SAMADHI e SIDDHI” afferma:

“Possiamo considerare il nirvana e il nirvikalpa samadhi come i palazzi più alti, gli altri palazzi sono pressoché nulla in confronto. Se sali fino al palazzo del nirvana non c’è modo di scendere, ovvero non senti la necessità di discendere per offrire al mondo quello che hai ricevuto. Non c’è collegamento con la coscienza della terra. Nel nirvana osservi l’estinzione delle tribolazioni terrene e la fine della danza cosmica. Il nirvana è pervaso da infinita Pace e Beatitudine. Dal punto di vista dell’Assoluta Verità il nirvana è la Meta delle mete per i cercatori che non vogliono più prendere parte nella creazione manifestata di Dio. Naturalmente, se il Pilota Supremo vuole che un certo cercatore dell’assoluta Verità vada oltre il Nirvana, ed entri nel mondo per la trasformazione e perfezione della terra in modo divino, lo rimanda giù. Dio sente che quel Suo particolare strumento è supremamente indispensabile per trasformare la Visione trascendentale senza nascita del Supremo nella Sua Realtà universale senza morte. Quando si sale nella residenza del nirvikalpa samadhi c’è modo di scendere se si vuole. Ma se si rimane là per un lungo periodo, si dimentica totalmente che c’è un modo per discendere. Il nirvikalpa samadhi riversa su di noi una enorme flusso di illuminazione e ci fa sentire che ci sono mondi più elevati, molto oltre questo nostro mondo. Inoltre, si rivela al cercatore come un anello di collegamento tra questo mondo ed altri mondi molto, molto più elevati, e gli offre la strada per andare oltre, ed entrare nel sempre-trascendente Aldilà.

Quello che possiamo intendere, quindi, è che, per la tradizione orientale, meditare ha come scopo portare la mente a raggiungere un livello di “consapevolezza senza pensieri”, ovvero fermarla, nella sua attività di pensiero, per far sì che diventi non-mente, in una forma di annullamento consapevole nel sapere che tu sei il nulla e il tutto contemporaneamente. E’ una forma di meditazione recettiva, in cui l’oggetto meditativo è l’Uno e lo scopo ultimo, la liberazione (Moksha).

Nella nostra quotidianità “all’occidentale”, il nostro cervello è sempre in “fase beta“, ovvero di attacco e fuga e con un’intensa e costante attività mentale. In questi ultimi anni, sempre più persone, hanno compreso quanto sia fondamentale provare a fermarsi, a stare. E quale migliore aiuto se non la meditazione?

In occidente la meditazione è stata adattata alle esigenze di un popolo che, nella pratica della preghiera, ha imparato ad avvicinarsi al Divino, ma che, per diversi retaggi culturali ed, a mio parere, per diversi errori commessi dall’istituzione ecclesiastica, ha iniziato molto spesso a scappare dalla religione, perchè qualcosa non torna: il dogma, questo Dio giudicante e punitivo, questo concetto di colpa e peccato che fanno paura, creando barriere alla reale comprensione del vero messaggio di un Dio che, invece, ha sempre parlato di Amore.

Il vento dell’Oriente è arrivato in aiuto, con la sua visione più chiara di un Amore Universale, di un “Baba Nam Kevalam”, ovvero, “tutto è Amore infinito”, che ci ha mostrato la via per un ritorno gioioso e compassionevole al proprio sè.

La meditazione riflessiva, che io chiamerei più propriamente visualizzazione, o la Mindfulness, che è solo una piccola parte della meditazione vipassana buddhista, sono pratiche in cui qualcuno guida la nostra mente verso viaggi fatti di immagini, archetipi, atmosfere, osservazione del respiro e ascolto di sensazioni, portandoci a stare nel nostro “qui ed ora”, e riuscendo a condurci in una “fase alpha“, diventando talvolta quasi ipnotiche, accompagnando le persone a rallentantare le proprie funzioni fisiche e psichiche per entrare in uno stato di profondo rilassamento.


E’ chiaro, quindi, che la visualizzazione è un lavoro della mente e non della non-mente che, però, sicuramente accompagna ad un benessere molto profondo e terapeutico che è, a prima vista, privo di sfumature divine, anche se, a ben riflettere, tutto ciò che ci allontana dall’esterno per ri-portaci all’interno, conduce al nostro essere divino più profondo, e del quale molto spesso, non vogliamo riconoscerne l’esistenza.

Dice il grande maestro Jon Kabat Zinn:

“Sono tante le ragioni per le quali ci stiamo rivolgendo verso la consapevolezza, non ultima forse l’intenzione di conservare la nostra salute mentale o di recuperare il senso delle proporzioni e o il significato delle cose, o anche solo di tenere testa al tremendo stress e alla grande insicurezza del nostro tempo …in effetti limitarsi a sedere e a stare tranquilli per un po’ di tempo per proprio conto è un atto radicale di amore.”

L’Amore torna sempre.

Per me, qualsiasi forma di pratica meditativa si scelga, il tema ricorrente, è l’Amore, in primis per se stessi, attraverso la cura della propria mente, ma di rimando anche a tutto il mondo che ci circonda.

Meditare modifica il nostro modo di vivere, di vedere, di agire e regire alle cose, perchè alleniamo la nostra consapevolezza alla presenza e all’osservazione di ogni respiro, di ogni azione, di ogni sensazione e di ogni emozione. Se poi aggiungiamo in questo viaggio il nostro intento e desiderio di ritornare all’Origine, al Centro, all’Uno, è certo che questo percorso di auto-osservazione diventerà una vera e propria navigazione nell’oceano di Amore Infinito, che tutto permea.

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